I disturbi specifici dell’apprendimento sono tra quelli più diagnosticati (Insieme ad un abuso della diagnosi di ADHD, Sindrome da deficit di attenzione e iperattività) tra i bambini e ragazzi in età scolare. Di cosa si tratta?

Innanzitutto NULLA DI GRAVE!! Il termine “disturbo” non indica una malattia, ma un aspetto più o meno problematico che può essere risolto o compensato.

I disturbi specifici dell’apprendimento sono: dislessia (difficoltà nel leggere), discalculia (difficoltà nel fare di conto), disgrafia (difficoltà nell’atto dello scrivere, cioè trasformare i pensieri in parole scritte), disortografia (difficoltà nell’ordinare e nell’uso del le lettere all’interno delle parole). Ovviamente, queste problematiche vengono rilevate nel momento in cui il bambino DEVE iniziare a leggere, scrivere e fare di conto, ovvero, con l’ingresso alla scuola primaria. La diagnosi, a cura di un neuropsichiatra, previa notifica della scuola alle famiglie, non può, però, essere emessa prima della fine della seconda elementare, in modo tale che il problema sia accertato e non si tratti, invece, solo di difficoltà generiche legate all’apprendimento della leptoscrittura e del calcolo.

 

Oggi molti studi accreditano la base biologica di tale disturbo: in parole povere, un ponte che collega l’emisfero destro con quello sinistro in un punto particolare del cervello non è ben saldo e fatica a mandare i segnali dove necessario. Risultato? Il bambino che prova a leggere non riuscirà a mettere insieme i vari suoni: riconoscerà le diverse lettere, magari le sillabe, ma il cervello non gli permetterà di unire le sillabe in parole, andando a compromettere la comprensione del testo scritto. Un procedimento simile avviene per la scrittura e per il calcolo: si riconoscono le singole parti, ma non si riesce a mettere tutto insieme.

Ma i DSA non compaiono magicamente! Si notano a partire dalla scuola primaria (ma non è detto, in quanto molti casi vengono diagnosticati più in là nel tempo perché il bambino è riuscito fino a quel momento a “nascondere” il proprio problema attuando metodi compensatori che riuscivano in un qualche modo a deviare il problema). Si possono notare i segnali di un disturbo specifico dell’apprendimento anche in età inferiore, come, ad esempio, nella scuola dell’infanzia: se in un primo momento un insegnante può sospettare di difficoltà legate a scarso impegno, scarsa maturità del bambino che manifesta qualche comportamento problematico, con una maggiore osservazione si potranno, invece, individuare che questi comportamenti-problema sono, in realtà, legati a una difficoltà più profonda, ad esempio

 

  • L'alunno è poco produttivo (fa poco, a volte non inizia il lavoro)
  • L'impugnatura dello strumento grafico è sbagliata
  • Ha difficoltà oculo-manuali
  • Ha difficoltà nell'esecuzione del disegno
  • Non rispetta i margini della coloratura
  • Ha difficoltà di memoria
  • Ha difficoltà di linguaggio
  • Ha scarsa consapevolezza fonologica (non riconosce in maniera automatica la corrispondenza tra i suoni che compongono le parole e i simboli grafici)
  • Possiede una scarsa coordinazione motoria
  • Ha difficoltà legate alla dimensione spazio-temporale


Cosa fare in questi casi?
Innanzitutto soffermarsi ad osservare (con l’aiuto anche degli insegnanti, ovviamente! D’altra parte passano più tempo i maestri con i bambini che i genitori!): il bambino supera il problema o mette in atto strategie compensatorie? E se il comportamento problema continua a manifestarsi? A questo punto ci sono diverse scuole di pensiero:
può essere messo in atto un percorso di riabilitazione (molti centri pedagogici con a capo pedagogisti e logopedisti si occupano di questo, costruendo un percorso ad hoc al fine di rafforzare i lati deboli con un sistema di tutoraggio in modo tale che il bambino possa imparare ad attuare strategie che gli consentano di superare il problema autonomamente (Crispiani);
aspettare la fine della seconda elementare, con comunicazione degli insegnanti del problema alla famiglia, la quale deve fare la segnalazione al neuropsichiatra che si occuperà della diagnosi con una serie di sedute che andranno a verificare le effettive capacità e difficoltà del piccolo. Con la diagnosi sarà possibile per la scuola ottenere i così detti “strumenti compensativi” e potrà attuare da programma (PDF) una serie di “strategie dispensative” (Stella).

Quale delle due soluzioni sia la migliore non si può dire, perché legate a basi di pensiero totalmente diverse più o meno pubblicizzate sul territorio a seconda anche degli enti presenti.

Noi, da “comuni mortali” cosa possiamo fare nel nostro piccolo quotidiano per dare una mano a chi dei nostri figli, nipoti, fratellini, alunni è in difficoltà e non è “segnalato” per x motivi?
Dobbiamo tenere presente che chi è affetto da DSA ha un sistema di ragionamento non sbagliato, ma diverso da chi non ha DSA.

Già il semplice mostrare interesse per le difficoltà manifestate vuole dire molto: spesso chi presenta uno dei disturbi specifici dell’apprendimento si sente solo, “stupido”, inadatto, sbagliato rispetto a tutti gli altri. L’ansia, la frustrazione, il sentirsi sempre sbagliati sono tra le sensazioni più provate da questi bambini se non vengono accettati per quelli che sono e se si pretende da loro di adattarsi necessariamente agli altri “giusti”. Questo porta loro ad arrendersi, con il rischio di rimanere segnati a vita da questo loro sentirsi sbagliati. I bambini con DSA non sono DSA solo a scuola o quando devono fare i compiti, lo sono sempre: al supermercato, al parchetto, a ginnastica…noi come adulti educatori abbiamo il dovere di farli sentire bene, a maggior ragione se siamo i loro genitori!

Con l’osservazione e sperimentando diverse metodologie si può capire quale sia il metodo, lo stile di apprendimento preferito. Lo stile di apprendimento passa dai canali sensoriali (visivo-verbale, visivo-non verbale, uditivo, cinestetico).
Proponendo metodologie diverse si possono capire anche quali siano gli stili cognitivi (globale/analitico, sistematico/intuitivo, verbale/visuale, impulsivo/riflessivo, dipendente dal campo/indipendente dal campo, convergente/divergente). Le dicotomie qui appena elencate non rappresentano davvero ciò che avviene nella realtà, in quanto ognuno di noi tende più da una parte che dall’altra, ma non è o solo una parte o solo l’altra: può essere che in alcune situazioni e in alcuni contesti usiamo uno stile, in altri un altro stile!

Capiti gli stili cognitivi preferiti e lo stile di apprendimento favorito sarà più semplice proporre strategie di apprendimento e utilizzare strategie di insegnamento (ad esempio per aiutare i bambini a fare i compiti a casa) che siano il più possibile adatti al bambino in questione.

Un esempio molto molto banale e semplicistico: se io so che mio figlio di 7 anni tende maggiormente verso uno stile cognitivo globale e predilige il canale sensoriale cinestetico, io gli potrò proporre di fare i compiti di matematica facendo finta di essere un negoziante che mi deve fare il calcolo della spesa; così il bambino farà pratica seguendo il suo canale preferito (cinestetico) e potrà avere uno sguardo globale del problema proposto.

Un altro esempio: io maestra mi accorgo delle difficoltà del mio alunno, ne parlo con i genitori che, però, non ne vogliono sapere…cosa faccio? Come prima cosa non devo lasciare il mio alunno da solo: so che fa fatica ed è mio dovere assicurarmi che possa accedere all’apprendimento nonostante tutto. Ad esempio, se stiamo facendo una lettura a voce alta eviterò di dargli improvvisamente la parola nel turno di lettura, ma mi avvicinerò a lui poco prima di dargli il turno (magari due turni prima) in modo che possa iniziare a prepararsi e non venga colto di sorpresa.
Poi è importante, dal mio punto di vista, informare i compagni e fare attività di tutoraggio, in modo tale che tutti possano darsi una mano e ognuno possa capire il proprio potenziale e il potenziale dei compagni, nonostante le difficoltà (può capitare che, vedendo il compagno più indietro lo trattino da “scemo” escludendolo dal gruppo).

In proposito vi propongo questo video (datato, un po’ lungo, ma molto esplicativo e interessante) in cui Richard D. Lavoie, direttore della Eagle Hill School Outreach, compie una sorta di esperimento con insegnanti, genitori e specialisti in vari settori legati al mondo dell’infanzia facendo loro capire come ci si sente ad essere un bambino con disturbo dell'apprendimento.

http://www.youtube.com/watch?v=9Wb7vS3k2Lc

Va detto che gli affetti di DSA adotteranno strategie che permetteranno nel tempo di compensare le loro difficoltà naturalmente (molti, infatti, non vengono neanche riconosciuti!), ma gli anni peggiori sono proprio quelli del periodo della scuola dell’obbligo, in quanto tale disturbo segue come andamento curvo per quanto riguarda le difficoltà percepite dal bambino, il cui apice di evoluzione corrisponde proprio alla scuola primaria.

 

Dott.ssa Anna Surace