Alzato il coperchio, in un attimo di fronte a Bagigio si spalancò un mondo nuovo. Prese un oggetto e fermo lo guardò. Poi con abilità lo buttò a terra e subito ne prese un altro. Questo lo trattò in maniera diversa forse perché più grande. Si mise a guardarlo, a girarlo e a rigirarlo. Però lo buttò a terra, come il precedente. Senza un attimo di esitazione ne prese un altro, che risultò ancora più grande del precedente. Lo guardò, lo girò, lo rigirò, gli diede una morsicatina, come per sentirne il gusto. Dopo lo tirò. Lo tirò e lo ritirò come per sondarne la solidità. E finalmente lo buttò a terra. Con decisione prese subito un’altra cosa, stavolta però più piccola. La guardò e subito la portò in bocca. Diede un'altra morsicatina e poi con entrambe le mani provò a romperlo. Si stava divertendo un mondo. Oggetti piccoli, grandi, colorati o bianchi che si rompevano e no erano alla sua portata. Finalmente!!!

Il nostro amico Bagigio è un bambino piccolo, alle prime prese con l’esplorazione del mondo: tutto lo incuriosisce, persino il cestino della spazzatura. Guarda, osserva, tasta e, persino, “assaggia” tutto.
Come si può notare dal breve stralcio del racconto, il bambino esplora con tutto il suo corpo.
Molti sono stati gli studiosi che hanno osservato questo comportamento nei bambini e ne hanno ricavato metodi da proporre ai piccoli per un’esplorazione sicura del mondo affiancati dall’adulto di riferimento: per esempio Goldschmied con i suoi cestini dei tesori, propone ai bambini (in piccoli gruppi) di osservare e sperimentare molti oggetti presenti in un grosso cesto, avendo modo di condividerli, osservarli insieme; gli oggetti non sono casuali (come quelli trovati dal nostro Bagigio), ma predisposti dall’adulto: non si tratta di giocattoli, ma oggetti della quotidianità, facili da maneggiare per bambini che non sanno camminare, ma che possono muoversi autonomamente avendo ciò che occorre a portata di mano. Questo piccolo esercizio esplorativo consente al bambino di accrescere il proprio campo esperienziale e, di conseguenza, le proprie conoscenze.
La teoria di riferimento è quella di Piaget, che suddivide lo sviluppo psicofisico dei bambini in stadi evolutivi. Lo stadio dell’esplorazione “alla Bagigio” è tipico del così detto III stadio (4-8 mesi) durante il quale lo psicologo ginevrino osserva che il gioco si estende dal proprio corpo (il bambino che esplora se stesso giocando con le proprie mani e i propri piedi considerati come oggetti esterni a sé) agli oggetti più lontani, ma raggiungibili. Poi, si evolve: a 9 mesi il bambino afferra l’oggetto più vicino, lo porta alla bocca, lo fa muovere usando i pochi modelli d’azione a lui noti; verso i 12 mesi l’esplorazione precede ogni tipo di azione, l’oggetto non ha ancora una propria permanenza (se la mamma lo nasconde l’oggetto non esiste più!), ma esiste in funzione delle azioni che il bambino può fare con esso; intorno ai 15 mesi compaiono le prime classificazioni significative in cui gli oggetti vengono categorizzati a seconda del loro valore d’uso (cucchiaio, bicchierino, seggiolone = è ora di pranzo!); dopo i 15 mesi si può notare una trasformazione: il bambino inizia a dare un significato non letterale agli oggetti (la spazzola viene usata come telefono), appare cioè il gioco simbolico.
Ecco mostrato come il semplice “pasticciare” con gli oggetti non è una banalità, ma un elemento fondamentale per il nostro sviluppo: il bambino impara a capire come funziona il mondo, a ragionare su di esso e ad immaginarne uno possibile.
Ma quanto appena detto avviene in un clima sicuro, invitante e protetto se il bambino e l’adulto di riferimento hanno un buon legame. L’esplorazione dell’ignoto mondo esterno può avvenire solo se il bambino sente di poter avere una base sicura a cui tornare in ogni momento e ogni volta ne senta il bisogno se, per esempio, si sente in un qualche modo minacciato o spaventato o semplicemente vuole condividere una scoperta.
Il rimando doveroso è agli studi di Bowlby sull’attaccamento e allo sviluppo della Strange Situation a cura di Ainsworth.
Tali studi mostrano quanto stretto sia il legame tra esplorazione dell’ambiente da parte del bambino – presenza di una base sicura di riferimento (denominato caregiver, cioè colui che si prende cura del piccolo, che può essere la mamma o chi fa per lei o qualunque adulto significativo per il bambino, come ad esempio i nonni, l’educatore del nido ecc.).
Il tipo di “presenza” del caregiver che si pone in relazione con il bambino è stata definita “stile di attaccamento” e tale stile può essere:
-sicuro
-insicuro evitante
-insicuro ambivalente
-disorganizzato
L’esplorazione sicura del mondo, senza eccessive ansie, come fa il nostro amico Bagigio è tipica all’interno dello stile sicuro di attaccamento bambino – caregiver. Negli altri casi l’esplorazione sicura dell’ambiente può risultare poco efficace, di scarso interesse o compromessa o (nello stile disorganizzato) quasi del tutto assente.
È stato dimostrato, inoltre, che il tipo di attaccamento caregiver-bambino può essere “tramandato” nelle generazioni: può cioè capitare che lo stile d’attaccamento Bagigio- mamma sia lo stesso che avevano la mamma di Bagigio con la nonna di Bagigio. Per capire lo stile di attaccamento nei bambini piccoli è sufficiente la Strange Situation, cioè un’osservazione (compiuta da pedagogisti) breve, in studio, di come il bambino di circa un anno di età reagisce a brevissime situazioni stressanti in cui si alternano momenti di vicinanza, lontananza del caregiver, presenza di un estraneo e esplorazione dell’ambiente. Per gli adulti, capire il proprio stile di attaccamento con il proprio caregiver è più complesso: è necessario rivolgersi agli psicoterapisti che sottopongono l’adulto alla AAI- Adult Attachement Interview, un’intervista che può rivelarsi molto stressante perché va a scavare molto in profondità nei ricordi passati.

Sarebbe bello confrontarsi su ciò che da genitori o da specialisti del settore educativo notiamo nei nostri bambini alle prese con l’esplorazione!


Dott.ssa Anna Surace