Dovete sapere che Bagigio adora conoscere bambini e bambine. Gli piace parlare e giocare con loro, colorare e fare i lavoretti insieme, per non parlare poi delle carte da scambiarsi. Rivolgendosi alla bambina sorridente disse “Ciao io sono Bagigio e tu?”. Con lo sguardo non molto sorridente la piccola prima abbraccia la mamma e poi guardando Bagigio ma rimanendo tra le braccia della mamma risponde “Ciao io sono Patachiti” Sorridente Patachiti andò verso Bagigio che nel frattempo si era avvicinato ad una altra bellissima bambina della loro stessa età, che non aveva molta voglia di stare con gli altri bambini, voleva la sua mamma

Bagigio fa amicizia proprio con tutti e in tutte le situazioni. Per esempio, questo stralcio in cui si vede il nostro eroe fare amicizia con due bambine è tratto da un racconto in cui Bagigio va a trovare i bambini in ospedale. Lì incontra sempre persone nuove e lui non prova timore nel fare amicizia con loro.

Ma cosa succede quando notiamo nei nostri bambini la paura verso l’estraneo?


Tutto comincia con l’ “attaccamento” bambino – caregiver.
La relazione di attaccamento con il caregiver inizia dalla nascita del piccolo.
Il neonato sa fare molte cose:  reagisce al mondo con i riflessi (rotazione del capo, suzione, marcia automatica, prensione, Moro, Babinsky) , percepisce il mondo attorno a sé con i sensi (seppur in fase di sviluppo), piange per manifestare un proprio stato interiore (che percepisce come una sensazione non ben chiara). Detto ciò capiamo che il neonato, sin dal primo respiro e dal primo pianto al momento del parto inizia a sperimentare il mondo attorno a sé. Anzi, già dal grembo materno il bambino inizia a sentire i suoni del mondo esterno, accompagnati dal ritmo rassicurante del battito del cuore della mamma e dal suo respiro. Lì inizia l’allenamento. Ma dopo il primo respiro e il primo pianto al momento del parto, inizia l’allenamento più duro alla vita. Esperienze sensoriali di vario tipo gli permettono di affinare le sue capacità percettive. E ruolo fondamentale in questa fase è quello della madre (o caregiver) che diventerà figura di attaccamento: il caregiver è colui che si prende cura del piccolo, sia per quanto concerne i suoi bisogni fisiologici, sia per i bisogni affettivi. E proprio il caregiver (che generalmente è la mamma, ma può anche non essere così) è la prima persona “estranea” che il bambino piccolo impara a riconoscere. Imparerà a riconoscere la voce della mamma, il suo profumo, il suo tocco tra mille. La vista, pian piano, permetterà al piccolo di percepire prima i contorni del suo viso e poi ogni più piccolo particolare che ne caratterizza le espressioni (imparando, così, anche la mimica delle emozioni che i piccoli imiteranno istintivamente).
Nei primi mesi di vita, il bambino è un tutt’uno con la madre. Solo intorno agli 8 mesi il piccolo inizia a capire la propria autonomia dalla figura materna, con la quale stabilisce una relazione, distinguendola pienamente come essere diverso da sé, con caratteristiche specifiche che ha imparato a riconoscere, un essere capace di soddisfare i bisogni del bambino. E proprio intorno agli 8 mesi, per le ragioni appena elencate, compare la “paura dell’estraneo”.
L’estraneo è uno stimolo esterno sconosciuto, che quindi causa disagio e paura nel piccolo che non riconosce i tratti caratteristici della madre (o delle persone a cui ormai il bambino si è abituato come i famigliari che si prendono cura di lui insieme con la mamma) nella nuova figura che gli si presenta. Questa paura può perdurare nel tempo: va ricordato che è un passaggio fisiologico molto importante per lo sviluppo cognitivo e affettivo del bambino.
Cosa fare?
Il caregiver DEVE accettare la paura del piccolo, cercando di consolarlo, stargli vicino, trasmettergli sicurezza instaurando una buona relazione. Se il bambino si sente sicuro nella relazione con il caregiver può, sì, sentire paura nei confronti di una persona sconosciuta (è giusto avere paura! Ricordiamo che la paura è uno strumento di difesa lasciataci in eredità dai nostri antenati ancestrali!), ma può tornare alla sua base di sicurezza che lo aiuterà ad affrontare il mondo sconosciuto ponendosi come tramite, “ponte” tra il bambino e tutto il resto. E se la base sicura in quel momento non c’è? Può essere utile avere un oggetto che ricordi al bambino la madre (quello che Winnicott chiama “oggetto transizionale, molto utile, per esempio, durante l’inserimento a scuola o da tenere a portata di mano) come, per esempio, la famosa copertina di Linus.

Una cosa da NON FARE è essere estremamente iperprotettivi verso i propri piccoli: ciò non li aiuterà ad affrontare le situazioni nuove, ma accadrà che saremo noi adulti a viverle al posto loro, non permettendo ai bambini di imparare.

La relazione bambino-mamma, lo stile di attaccamento che si instaura tra questi due protagonisti è quello che caratterizzerà tutte le relazioni che il bambino, crescendo, instaurerà nella vita. Se la relazione mamma- bambino sarà sicura, allora il bambino non avrà problemi a fare amicizia e se ne avrà (cosa normale per chi, magari, è un po’ timido!) imparerà con i propri ritmi e le proprie modalità ad affrontare la situazione.

Secondo me è importante non costringere i bambini a socializzare a tutti i costi.
Voi cosa ne pensate?

 

Dott.ssa Anna Surace