“Grazie” disse la mamma “sei molto gentile a dare alla mamma questo pezzo di carta che hai trovato nel cestone della raccolta differenziata.  Grazie!” Divertita per la ricerca di Bagigio la mamma riprese tutte le carte, cartoni, buste, sacchetti, scatole, scatoloni, fazzoletti che Bagigio con
certosina pazienza aveva seminato in tutta la cucina.


La mamma di Bagigio è un’eroina. Si è ritrovata la cucina completamente invasa dalle cartacce e la sua reazione è stata quella di dire un “grazie” divertito. Avremmo davvero tutti reagito come la mamma di Bagigio? Sinceramente? Chissà
La mamma di Bagigio non si arrabbia. Accetta la curiosità del piccolo che lo ha portato a rovistare nella spazzatura per indagare, sperimentare e osservare tutto. Si direbbe contenta della curiosità mostrata dal bambino.

Ma tale reazione di calma non sarà sicuramente condivisa da tutti. Voi come avreste reagito?

Questo è un “piccolo disastro domestico” rimediabile nel giro di due minuti. Basta raccogliere le carte da terra. Ma quando il disastro si fa più consistente? Facciamo degli esempi: trovate il muro del salotto completamente imbrattato, disegnato e pasticciato; dopo un rimprovero il bambino, preso da uno scatto di ira legata alla frustrazione, butta per terra gli oggetti rompendoli; andate a prendere il bambino al nido o alla scuola dell’infanzia e l’educatore o l’insegnante vi racconta di una brutta lite con un compagno finita in botte; siete al supermercato e il bambino inizia a rotolarsi per terra in preda ad un capriccio frenetico e inconsolabile.

Queste e tante altre situazioni aprono lo spinoso argomento della disciplina e dei limiti.

Le famiglie sono tutte diverse e ognuna ha i suoi metodi educativi più o meno efficaci frutto di un’attenta osservazione delle reazioni del bambino, o imparate sulla propria pelle dai propri genitori.
Dalla teoria di Baumrind, degli anni’70, si possono riscontrare alcune tipologie di genitori e stili “disciplinari”:
Trascurante/rifiutante: disimpegno; non controllano i figli, non chiedono loro nulla; danno pochi strumenti di comprensione del mondo e delle regole; non forniscono sostegno, non danno affetto; non sentono responsabilità educative
Autoritario: pretendono l’ubbidienza e non danno informazioni, usano intimidazioni e punizioni per controllare i figli; sono distaccati e raramente lodano o apprezzano
Autorevole: controllano i figli e richiedono risultati; non puniscono, rispettano i desideri del bambino; scambi verbali e spiegazioni; affetto e calore
Permissivo: I genitori non sono severi e non pretendono nulla dai figli; sono poco coerenti sulla disciplina; non si sentono responsabili di correggere i figli; sono presenti con manifestazioni affettive

Questa categorizzazione, con tutti i suoi limiti (si guarda allo stile come tratto distintivo del genitore, trascurando la relazione, il contesto, le circostanze ecc.) può però essere una guida sommaria che ci permette di capire quali tendenze possano essere presenti nelle nostre famiglie: forse le nostre famiglie sono contraddistinte da un po’ tutti questi tratti a seconda della situazione, del momento, del livello di stanchezza, del contesto in cui come genitori dobbiamo porci come “educatori” dei nostri bambini (educare, dal latino, vuol dire  “portare fuori”, quindi il termine educatore può significare colui che accompagna l’altro ad esprimersi, consigliando, stabilendo regole, limiti, ma anche accettando l’altro per come è).
Educare non è cosa semplice: innanzitutto dobbiamo fare i conti con il nostro essere stati bambini (ben ci ricordiamo i nostri capricci, i nostri modi di reagire al “no” dei genitori), sappiamo perfettamente, quindi, cosa potrebbe produrre un rimprovero o un impedimento in nostro figlio, e questo rende ancora più difficile la cosa; ma forse, questo nostro “sapere già” ci permette di entrare maggiormente in contatto e in sintonia con il piccolo che abbiamo difronte e che ci ha imbrattato il muro di casa o è tornato a casa livido dalla rissa con il compagno o si è rotolato per terra al supermercato. Dire di “no”, fare un rimprovero, può essere considerato un modo per mostrare al bambino le nostre aspettative, la nostra fiducia in lui, perché sappiamo che può farcela, motivando sempre il nostro “no”, in modo che non sia solo una parola gettata al vento, ma, come diceva Rodari, una parola come un sasso nello stagno che provoca increspature nell’acqua che si espandono sempre di più facendo sentire gli effetti anche a distanza dal sasso gettato e in profondità.
È importante questo aspetto, così tanto ostico, del “dare limiti” ai bambini, non perché noi siamo perfetti, praticamente Dio in terra che non commettiamo mai errori! E noi siamo nemmeno “padre padrone” che pretendiamo disciplina a priori. Dare limiti ai bambini significa porre un obiettivo a lungo termine, cioè per la vita dei piccoli, che insegni loro a stare bene nel mondo, dove limiti imposti e auto imposti saranno il pane quotidiano, significa far capire loro che non sempre si può fare quello che si vuole (purtroppo) ma che ci sono regole da seguire per la buona convivenza di tutti, per dovere ecc.

Dare limiti è fondamentale, ma altrettanto (se non forse ancora di più) importante è il modo in cui noi adulti ci poniamo: come maestra (esperienza breve, ma intensa, perché ho lavorato in contesti non facili) ho purtroppo assistito a terribili situazioni, in cui il dialogo in famiglia era inesistente e si davano limiti “a mano” (o “a cinghia”, o “a non mangi”). La sberla, ricordiamolo, è lo sfogo della nostra rabbia e della nostra frustrazione: la mamma di Bagigio, vedendo tutta la spazzatura per terra avrebbe potuto arrabbiarsi (magari era arrabbiata, noi, da lettori, non lo possiamo sapere) e sfogare la propria rabbia con un gesto o con le urla. Ma a cosa sarebbe servito?

Lascio aperta questa domanda. Mi piacerebbe sentire le vostre opinioni.

 

Dott.ssa Anna Surace