Riportiamo il testo dell'intervista rilasciata al Dottor Steno Sari ed apparsa sul quotidiano Libero del 3 febbraio 2009

S.SARI
Una volta, il quotidiano “Sun” rivolse questa domanda ai suoi lettori: “Se scattasse l’allarme dell’incendio, cosa prendereste prima di scappare?”.

Una donna rispose: “Dopo essermi assicurata che la mia famiglia sia in salvo, prenderei le fotografie. Posso ricomprarmi tutto, ma non una vita di ricordi”.

Questo episodio citato da Linda Berman nel libro “La fototerapia in psicologia clinica” (edizioni Erikson) sottolinea come le fotografie non nascano dal nulla: sono un prodotto della vita e come tali portano con sé una serie di implicazioni. Il testo in questione mostra come la fototerapia sia un metodo molto versatile, adatto a situazioni, approcci e stili terapeutici diversi, che può contribuire in modo significativo all’efficacia dell’intervento psicologico a livello individuale, di coppia e di gruppo. Ne parlo con la dottoressa Barbara Camilli, psicologa-psicoanalista, promotrice insieme a Diego Marchesin dell’Associazione Psicologia Utile di Novara. “Da anni accanto all’attività clinica privata, mi interesso di approfondire lo studio e lo sviluppo delle varie discipline psicologiche che migliorano la qualità della vita delle persone. Fra i vari strumenti che utilizzo ci sono anche le fotografie, uno strumento di grande valore per arrivare al cuore dell’assistito. I risultati che si ottengono sono una diversa e più rapida percezione di sé. Ho sempre colto nello sguardo di chi osserva una foto il desiderio, oltre che di ricercare il bello, che gli venga svelato qualcosa. Quel qualcosa è il riuscire a contattare emotivamente se stesso tramite la foto”.

Quanto è diffusa la fototerapia?
“Da noi la conoscenza o lo studio della foto avviene durante il percorso di studi universitari o nelle specializzazioni. All’estero e in particolare a Vancouver, Canada, esiste il Photo Teraphy Centre istituito nel 1982 dalla psicologa ed arte terapeuta Judy Weiser. Diversamente dalla Micropsicanalisi, la dottoressa Weiser vede nella fototerapia una collezione di tecniche flessibili utilizzabili da chiunque (purché sapientemente formato) indipendentemente dal personale orientamento o concettuale approccio professionale”

Come e perché le fotografie personali possono essere utili in ambito psicologico?
“La fotografia permette di rivivere il fascino della propria presenza attraverso la traccia segnata sulla carta fotografica: espressioni colorate di una rinnovata percezione di sé. Le foto personali e familiari, se guardate in una dimensione dove sono stati attivati i processi auto conoscitivi e auto curativi (l’analisi o la psicoterapia), hanno una grande influenza sul proprio processo di crescita psicologia e affettiva. La fotografia come luogo in cui convergono elementi della memoria individuale può evocare catene associative e processi proiettivi di notevole importanza. Sonda il mondo interno del paziente fino al momento in cui riesce a centrare se stesso”.

Su quali principi si applica?
“E’ importante che chi osserva la foto senta la prima impressione che questa gli suscita. L’assunto di base è l’emozione che l’immagine crea per sentire l’atmosfera emotiva. Lo sguardo ritratto e immortalato trasmette il vissuto esatto che ha portato l’assistito a chiedere aiuto: sguardi di assenza, di abbandono ricevuto, di violenze subite. Sguardi di dolore. Nell’analisi della foto è importante saper cogliere se il clima emotivo raffigurato corrisponde a quello voluto dal fotografo o dai soggetti in posa. La foto si legge come un libro, da sinistra a destra, ripetutamente, come a volerla scandagliare alla ricerca di dettagli nuovi. Personalmente cerco di calibrare l’intervento per aiutare l’assistito nel suo personale processo di crescita interiore. Nessuna forzatura ma un sentito lasciar emergere, secondo i ritmi dell’altro”.

Mi sembra che il ruolo del terapeuta sia determinante.
“Assolutamente si, in quanto agisce da catalizzatore dei fenomeni emotivi e associativi suscitati dall’interazione tra le foto e il soggetto che le guarda. In questo modo si facilita la soluzione di un potenziale paradosso che si è venuto a creare tra la foto e chi la osserva. A questo punto il flusso narrativo del paziente non è più soltanto percorso individuale, ma si trasforma in racconto che può essere modificato ed arricchito. Il terapeuta o l’analista diventa il “contenitore" del paziente , lo aiuta a rileggere la propria storia integrando i tre livelli dell’essere umano: il corpo, l’anima e la mente. Preciso che il conduttore non deve dire cosa guardare o cosa fare all’assistito. Inizialmente lo deve lasciar osservare pr guidarlo poi alla rivalorizzazione di sé”.

A chi può essere utile dal punto di vista terapeutico?
“Siccome le fotografie contengono frammenti di storia della vita di ogni persona, l’uso della fotografia nella relazione d’aiuto è uno strumento che serve a chiunque. Chi ha fotografie non ha solo pezzi di carta imbevuti di sostanze e colori vari, si tratta di materiale imbevuto di sentimenti complessi e intensi, dove è presente una sorta di pre-coscienza. Accedervi permette di spalancare le porte del proprio mondo interno, intimo e nascosto; per questo ci sono persone che non desiderano essere fotografate o indossano occhiali da sole neri (infermità a parte) per evitare di essere colti nell’intima essenza dello sguardo. La foto è un valido mezzo di conoscenza nell’ambito delle integrazioni etniche all’interno delle organizzazioni (scuole, uffici, aziende, famiglie), per le minoranze in genere, per gli adolescenti, per le persone disabili e in tutte quelle situazioni dove la comunicazione è difficile da gestire”.

 

 

Barbara Camilli

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