Nel guardare le fotografie si attua sempre in modo spontaneo e inconsapevole, un processo di storicizzazione del proprio percorso biografico. Questo è il segno del potere curativo delle immagini.

 

All’interno di un percorso di terapia o analisi questo processo autoconoscitivo e autocurativo è reso consapevole e potenziato dalla presenza del professionista, il quale agisce da catalizzatore dei fenomeni emotivi ed associativi suscitati dalla interazione tra la foto ed il soggetto che le guarda.

 Il paziente, attraverso la selezione, l’esame e la discussione delle foto, narra e contemporaneamente visualizza la sua storia. La storia del suo sé per come si è sviluppato negli anni.

Il rapporto con il terapeuta o l’analista gli consente di inserire in un contesto reale i propri ricordi, agevolando la consapevolezza del “qui e ora”. Come? Consentendo al paziente esplorazioni approfondite e sicure dei vissuti che va ricostruendo attraverso le immagini fotografiche che osserva.

Così facendo integra il passato con il presente, il senso di sé con l’esperienza, ri-visita le propri vicende alla luce della attuale consapevolezza.

La presenza di una terza persona (terapeuta o analista) facilita la soluzione di un potenziale paradosso che si è venuto a creare tra la foto e chi la osserva. A questo punto il flusso narrativo del paziente, non è più soltanto percorso individuale, ma si trasforma in racconto che può essere modificato e arricchito.

Il terapeuta o l’analista diventa il contenitore adeguato al paziente. La relazione con lui, diventa il momento di rilettura della propria storia e di integrazione delle varie funzioni psichiche. Ecco che la fotografia permette di contattare nuclei profondi del sé, ristrutturandoli.

 

Barbara Camilli