per dire basta alla violenza

 

Sabato 22 Novembre Associazione Psicologia Utile insieme a Tu sei mio figlio sono stati invitati a partecipare come relatori all'evento BASTA SILENZIO..... FACCIAMO RUMORE organizzato dall'Associazione Alnilam sezione di Galliate.

Un pomeriggio dedicato a esprimere la propria voce contro la violenza sulle donne.

L'evento si è tenuto presso il centro sportivo Sport City dalle 15 a notte inoltrata dove in momenti alterni gruppi di ballo e gruppi musicali hanno dato voce ed espressione alla necessità e urgenza ad arginare questo fenomeno in crescita esponenziale.

L'evento nella parte centrale del suo svolgimento ha visto il confronto tra professionisti e testimoniante. Vite di donne sopravvissute a violenze perpetrate in un caso da un ex marito, in un altro dl branco!

Esperienze che lasciano la sensazione di gelo di fronte a dove può arrivare la mente umana senza il controllo razionale.

Tra i relatori la Dottoressa Barbara Camilli che ha portato un contributo legato alle origini della violenza. A quando questa nasce e devia le menti umane fino alle interferenze disturbanti che disorientano in adolescenza.

 

Infanzie violate, infanzia annientata! Da cui nasce la vittima o il futuro adulto carnefice!

La violenza oltre che fisica è anche psicologica, fino all'annientamento del volere altrui.

La violenza dal Latino violentia, termine derivato da violentus, violento. azione violenta con cui si prevarica la volontà altrui usando mezzi brutali, minacce e simili.

 

Un evento quello dell'Associazione Alnilam che vuole accendere la luce nel buio della paura a dire “Io subisco violenza!”

 

Forte e importante la testimonianze portate, tra cui Francesca Baleari intervistata per l'occasione da Ade Capone autore del format televisivo in onda su Italia 1 “Invincibili”.

 

 

Un pomeriggio di riflessione che deve portare ad azioni concrete di prevenzione, sensibilizzazione e intervento a forte impatto sociale !

Una nota importante sulle testimonianze. Le violenze raccontate sono state subite senza possibilità di azione, difesa e scelta.

Lo stupro di un branco mentre va a correre tranquilla al parco.

La violenza distruttiva all'alba di un mattino d'estate da un marito che era già fuori casa per via della separazione

 

 

Segue un estratto sui dati sensibili relativo le violenze sulle donne

 

Ma gli stereotipi più diffusi e che comportano le conseguenze più gravi sono proprio quelli relativi al ruolo della donna e dell’uomo nella relazione sentimentale.

E’ nell’ambito famigliare infatti che matura la maggior parte delle violenze sessuali, dei maltrattamenti e degli omicidi nei confronti delle donne.

In Italia è diffusa la tendenza ad attribuire agli “altri” la violenza sulle donne come segno di differenziazione innanzitutto con questi altri, con i diversi, siano essi i migranti e/o i disagiati psichici od economici.

Anche nella recente campagna pubblicitaria istituzionale promossa in occasione del G8, la violenza contro le donne veniva rappresentata come un “male oscuro”: il messaggio diceva chiaramente che “la violenza sulle donne è ignoranza e follia”8. Tuttavia, attribuendo all’essere disagiato mentale o appartenente a fasce deboli la causa della violenza, si veicolano falsi stereotipi, mistificando la realtà statistica dei dati e nascondendo la trasversalità della violenza sulle donne “in quanto donne”.

 

Anche i giornali spesso i giornali parlano di “raptus” e “follia omicida”, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femminicidi vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femminicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattiee meno del 10% dei femminicidi è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi10.

Dunque, tali credenze che legano la violenza sulle donne a cause di sofferenza psichica o a vere e proprie malattie mentali risultano ampliamente smentite sia dai dati ufficiali raccolti dall’Eures nel 2006 e dal Ministero dell’Interno nel Rapporto sulla criminalità in Italia, sia dalle ricerche sul femminicidio eseguite a partire dai casi riportati dalla stampa da parte della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, un centro antiviolenza parte della rete nazionale “Donne in rete contro la violenza”.

In Italia, nel 1992 gli omicidi di donne rappresentavano il 15,3 % degli omicidi totali, mentre nel  2006 rappresentavano il 26,6 %11. Negli ultimi tre anni (periodo 2006-2009), le vittime (delle quali si è avuta notizia sulla stampa) di femmicidio in Italia sono state 439  12.

 

Solo una minima parte di queste uccisioni (-15%)13 è avvenuta per mano di sconosciuti. In più della metà dei casi il femmicidio è commesso nell’ambito di una relazione sentimentale, in essere o appena terminata, per mano del coniuge, convivente, fidanzato o ex. Nella restante parte dei casi avviene per mano di altro parente della vittima o comunque di persona conosciuta.14

 

E’ interessante notare che i delitti commessi da uomini italiani su donne italiane vengono identificati dalla stampa come “delitti passionali”, mentre ai delitti commessi da stranieri sulle loro mogli o sulle loro figlie ci si riferisce individuandoli come “delitti d’onore”.

Tale classificazione è indubbiamente discriminatoria in quanto sottende l’idea che commettere atti criminali per motivi di onore sia una peculiarità delle comunità straniere, con tradizioni diverse, dimenticando che identiche tradizioni “d’onore” (giuridicamente configurate come attenuanti o scriminanti per i reati) hanno caratterizzato la società italiana fino a pochi decenni or sono, come detto poc’anzi.

Anche i dati statistici confermano che è sempre il sentimento di orgoglio ferito, di gelosia, di rabbia, di volontà di vendetta e punizione nei confronti di una donna che ha trasgredito a un modello comportamentale tradizionale a spingere l’uomo ad uccidere: sia che si tratti di una figlia pachistana che disonora il padre pachistano perché va vestita all’occidentale, sia che si tratti di una figlia italiana che disonora il padre italiano perché frequenta un tossicodipendente, sia che si tratti della moglie che disonora il marito perché lo tradisce o lo vuole lasciare per un altro.

L’unica differenza sensibile che si può individuare tra le due ipotesi di femminicidio, sta nel fatto che indubbiamente nei delitti di genere maturati nell’ambito delle comunità straniere residenti in Italia, il concorso morale dei membri della comunità al fatto criminoso è significativamente più marcato.

Tale dato va tenuto in considerazione ai fini della valutazione del rischio di femminicidio per le ragazze che, sfuggendo alla comunità, cerchino protezione all’esterno, in quanto, in caso di mediazione e di rientro in famiglia, aumenta esponenzialmente il rischio che la ragazza possa subire gravissime forme di violenza fisica e psicologica.

 

Un dato significativo è che la maggior parte dei femminicidi in Italia si compie nella casa della vittima15 e che, su dieci uccisioni di donne, 7,5 sono precedute da maltrattamenti o da altre forme di violenza fisica o psicologica nei confronti della donna16.

 

Ma anche escludendo le ipotesi di femminicidio che culminano nell’uccisione della donna, i dati sulla vittimizzazione delle donne non si rivelano migliori: un’indagine ISTAT del 2004 rivela che il 55,2% del totale delle donne italiane con un età tra i 14 e i 59 anni ha subito una molestia sessuale nel corso della vita17.

 

Per quanto riguarda invece le violenze sessuali, è più difficile fornire un quadro della situazione perché secondo l’ISTAT soltanto il 7,4% delle donne che ha subito una violenza tentata o consumata nel corso della vita ha denunciato il fatto: vi è quindi un sommerso altissimo che sfugge dalle statistiche ufficiali, soprattutto per quanto riguarda gli stupri in famiglia18.

 

La violenza maschile sulle donne avviene tra le mura domestiche e nell’ambito delle relazioni coniugali perché in Italia come in altri paesi europei, nonostante l’evoluzione normativa, è ancora forte l’idea che la donna debba essere legata al ruolo di madre e di moglie, di cura della famiglia, di oggetto sessuale e riproduttivo.

Nel momento in cui la donna sceglie invece di autodeterminarsi e di allontanarsi da situazioni di denigrazione, di controllo, aumenta la violenza fisica, inizia lo stalking. Nel momento in cui nasce un conflitto della coppia questo conflitto si trasforma in forme di controllo economico, di violenza psicologica, di violenza fisica, che arriva fino all’uccisione della donna.

 

Il problema, come rimarcato dalle osservazioni del Comitato CEDAW, è di carattere culturale: per prevenire il femminicidio è necessario in primo luogo sradicare la mentalità patriarcale che vuole la donna ancora legata ai ruoli tradizionali, sia nel quotidiano privato che nell’immaginario erotico di corpo a disposizione del marito, svestita, e della comunità, coperta per pudore o prostituita. In ogni caso "posseduta".

Non si accetta che nella coppia questa relazione di controllo possa avere una fine, decisa dalla donna: lo stereotipo dell'amore "per sempre" uccide.

Questo immaginario attraversa tutte le culture e impedisce l’effettiva protezione delle donne dalla violenza perché sovente è condiviso da quegli stessi operatori che dovrebbero applicare le leggi antidiscriminatorie approvate dagli Stati in ottemperanza ai principi della CEDAW.

Infatti, anche quando a livello normativo vengano predisposti eccellenti strumenti di contrasto alla violenza di genere, come le misure civili e penali di allontanamento del coniuge o del familiare violento, introdotte in Italia con la legge 154 del 2001, accade che queste misure non vengono applicate perché le donne e gli stessi legali non ne hanno conoscenza, o perché i magistrati chiamati ad applicarle, talvolta sulla base di una mentalità ancora fortemente patriarcale, le interpretano in maniera estremamente restrittiva richiedendo che per l’applicazione necessariamente debba essere già avvenuto un fatto grave di violenza fisica, o comunque integrante  reato, in danno della donna. Il risultato è che statisticamente gli ordini di protezione in molte zone d’Italia vengono chiesti in percentuali bassissime e concessi solo in casi eclatanti di violenza, invece, là dove i centri antiviolenza hanno formato gli operatori, aperto un confronto con la magistratura e promosso numerosi ricorsi, le misure vengono adottate con maggiore frequenza e in tempi velocissimi, riuscendo davvero a svolgere la funzione di salvaguardare con efficacia la donna dal rischio di ulteriori aggressioni.

 

http://femminicidio.blogspot.it/2010/07/il-femminicidio-e-una-violazione-dei.html

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