Durante un lavoro in una classe di scuola media un ragazzo con la fatica nel cuore mi chiede: “ma perché gli adulti non si accontentano mai?
La domanda mi coglie contropiede, non tanto per il contenuto quanto per come viene posta. Quando mi rivolge la domanda è agitato (cosa che notano anche i suoi compagni), ha il viso arrossato dalla tensione e gli occhi lucidi di chi sta per cedere in un pianto fragoroso.

Quando gli chiedo a che cosa si riferisce, mi dice che la mamma quando prende un buono a scuola gli risponde sempre con un “…puoi fare di più…”. Il ritornello del “…puoi fare di più…” è esteso a tutte le cose che fa. Lo stesso poi lo dicono anche gli insegnati insieme a”…ha le capacità ma non si applica….”. Riferisce che come fa non basta mai agli occhi degli adulti, allora lui a volte si stufa e si disinteressa allo studio, con conseguente insufficiente. Dice che sa di avere le capacità, e di valere molto ma visto che tanto no va mai bene niente a volte studia e a volte no. Con l’erosione degli adulti che si sentono presi in “giro”.

Quando parla a me arriva il dolore di non sentirsi accettato per quello che lui è. Per accettato non intendo, come erroneamente si pensa, che tutto quello che fa va bene. Quella è un'altra cosa: si tratta della condivisione/comprensione.

L’accettazione secondo Thomas Gordon, stretto collaboratore di Carl Rogers,  “è come il terreno fertile che permette a un seme minuscolo di trasformarsi nel bel fiore che può diventare. Il terreno si limita a facilitare lo sviluppo del seme. Sprigiona la sua capacità di crescere, ma tale capacità è interamente in seno al seme.

Anche un figlio, come un seme, ha dentro di sé la capacità di crescere”.
Ecco che “l’accettazione è il terreno fertile, che semplicemente permette al figlio di realizzare il proprio potenziale”.

Ma come si esprime nel concreto questo sentimento?

L’accettazione si esprime ponendosi di fronte alla persona che mi vuole parlare, guardandola negli occhi (e non altrove), entrando in sintonia con il suo stato d’animo e senza anteporre blocchi nella comunicazione.

Domandatevi ora se vi siete mai posti in questi termini dinnanzi ad una persona (vostro figlio, vostra moglie, vostro marito, il vostro partner) che vi voleva parlare.
Spesso si mettono in atto quelli che vengono definiti i blocchi della comunicazione, impedendo così all’altro di esprimere il suo reale sentire.
Il ragazzo dell’episodio ha espresso un profondo disagio per non sentirsi ascoltato e accettato per quello che lui è.
L’adulto cade molto spesso in questo tipo di errore. L’errore di pensare di sapere cosa pensa l’altro. L’errore di sapere con esattezza cosa sente l’altro. L’errore di sapere cosa è meglio per l’altro.

Ascoltiamo e così lo sapremo davvero!

È importante in una comunicazione, soprattutto con i figli, lasciar esprimere.

E sapete perché?
Perché attraverso l’eloquio si prende coscienza dei propri sentimenti e dei propri pensieri. Si promuove una maggiore e più profonda intimità con chi ascolta. Si facilita la capacità di risolvere autonomamente i propri problemi, perché parlando si agevola il processo di elaborazione di un problema. Si impara inoltre ad essere più ricettivi alle idee e alle opinioni altrui (se mi sento ascoltato e accettato sono più disposto ad ascoltare e accettare gli altri).

Al termine dell’attività il ragazzo del racconto era visibilmente soddisfatto per essere riuscito ad esprime il suo disagio. Era più partecipe, propenso ad ascoltare gli altri ed espansivo su ciò che lo riguardava intimamente.

 

12 febbraio 2007

Barbara Camilli