Oggi il tempo sembra scorrere molto più rapidamente di un tempo quasi come se le lancette dell’orologio corressero più veloci! Siamo sempre in perenne ritardo! In molti sono soliti pensarla così! In realtà il tempo scorre come sempre.
Ci sono i secondi che cedono il passo ai minuti, che cedono il passo alle ore, e via di seguito giorno dopo giorno, settimana dopo settimana.

La percezione della fretta è erroneamente attribuita al tempo, in realtà a indurre questo stato d’animo sono gli innumerevoli stimoli acustici, visivi, tattili…che ci circondano. Siamo letteralmente bombardati e sovraccaricati da una fiumana di stimoli per i quali poi, si è indotti a rispondere nell’immediato. È diventato un obbligo, soprattutto per il genitore, dare sempre e tutto al proprio figlio, venendo così a mancare il tempo da dedicare gli uni agli altri. A volte manca il tempo per una carezza alla mattina prima di lasciare il figlio a scuola (magari perché una macchina dietro suona incitando ad andare avanti) o di un abbraccio, quando torna dalla stessa (magari perché il genitore è impegnato al lavoro o perché il figlio stesso lo rifiuta). Molti genitori mi dicono di alzarsi prestissimo al mattino per correre fino a sera in impegni di lavoro, di spese e di faccende varie per ritrovarsi poi la sera stanchi, appesantiti, spesso nervosi e desiderosi di riposarsi perché sentono di non avere più energie e voglia per ascoltare e condividere la giornata con gli altri membri della famiglia. E così iniziano a prendere corpo i sensi di colpa, la frustrazione e la rabbia verso sé stessi, sentendosi sempre più inadeguati come persona e come genitore.

Non è mai stato facile allevare un bambino, educarlo, vivere accanto a lui cogliendo tutta la ricchezza di questo rapporto. Ma ora ci sembra particolarmente difficile: ed è vero!. Questo perché, rispetto ad un tempo, sappiamo che gli anni dell’infanzia sono i più importanti e decisivi nella vita di ogni persona: le esperienze infantili aiutano a formare il carattere influenzando le scelte future, prefigurando gli obiettivi e lo stile di vita che si deciderà di adottare una volta divenuti adulti. Questa diffusa consapevolezza si traduce spesso in un senso di responsabilità maggiore e nel desiderio di saperne sempre di più sui bambini, sulle modalità e il rischio che una mancata crescita armoniosa comporta.

Quello del genitore, dunque, è stato, ed è, uno dei ruoli più difficili da gestire. È vero che le generazioni precedenti sono cresciute senza ricorrere a manuali ed esperti, ma è anche vero che la vita allora era molto diversa: l’uso della televisione e dell’auto era meno diffusa, il computer e l’alta tecnologia non esisteva ancora, gli scambi tra le diverse generazioni erano più frequenti e ravvicinati, in famiglia i ragazzi erano alle prese con i bambini più piccoli vivendo quotidianamente con loro, in mezzo magari, ad una schiera di fratelli, cugini. Ora invece si diventa genitori senza mai aver visto un neonato, senza mai averlo preso in braccio, senza aver parlato prima con un bambino, per contro si conosce bene o male la realtà multimediale, che per sua caratteristica è priva di ogni forma di rapporto umano.

Ed ecco che dopo i primi momenti di gioia e di confusione all’arrivo di un bambino spesso subentra nello stato d’animo dei nuovi genitori, perdurando poi negli anni avvenire, la paura e lo sconforto perché non ci si sente all’altezza. All’altezza di cosa! Di un ruolo che fa parte della natura umana ma che viene ogni giorno distorto e contraddetto dai messaggi pubblicitari e dai media. Le insistenti offerte al consumo di beni di pseudo necessità, come merendine di ogni genere, succhi di frutta, cellulari e computer, scarpe e giubbotti firmati, compresi i pannolini, scooter, monopattino e quant’altro, inducono il genitore ad avere un rapporto coinvolgente ed attento ma che si esaurisce nella soddisfazione di innumerevoli, e spesso superficiali, bisogni corporei. Hai mangiato tutto a scuola? Hai fatto i compiti? Ti sei lavato i denti? Queste le domande più ricorrenti a cui i bambini rispondono. Questo però per un bambino è insufficiente perché il suo primo e vitale bisogno, dal momento in cui nasce (ma anche negli anni avvenire) è di instaurare un rapporto di relazione con l’adulto, che lo accudisce, lo protegge e lo rassicura in virtù del suo ruolo: di padre e madre, appunto!

Questo bisogno, è una necessità per il bambino ed è tutt’altro che facile in una società dove domina la legge della produttività, dell’efficientismo e del consumo, e dove il tempo del lavoro erode progressivamente il tempo dell’intimità e dell’affetto.

Il bambino fa richieste e pone domande ogni giorno; domande a cui magari non si pensava, che ci inducono così a nuove riflessioni. Questi momenti sono così doppiamente utili: ci fanno ragionare su questioni spesso accantonate per anni, dalla nostra stessa infanzia, e ci permettono di conoscere meglio i nostri figli.

Purtroppo però spesso si cercano risposte rapide, sicure e d’effetto, come quelle suggerite da manuali tecnici o come quelle che bisogna trovare nel luogo di lavoro. Ma nei rapporti umani è inutile e controproducente cercare il ricettario che sappia risolvere per ogni circostanza problemi e conflitti. I bambini hanno il potere di accorgersi quando una risposta è dettata dalla fretta e dalla mancanza di coinvolgimento, e questo perché la loro sensibilità non è irrigidita e bloccata come nella maggior parte degli adulti; almeno per il momento.

Genitori si diventa insieme al bambino che cresce; ed è costui che pone, in base alle fasi della sua crescita,  richieste sempre nuove e diverse, a cui siamo chiamati a rispondere ricordandoci sempre di avere di fronte una persona, forse piccola, forse inesperta, ma sempre e comunque una persona meritevole di ascolto e rispetto. Genitori dunque non si nasce per diritto divino; sarebbe utopistico il solo pensarlo. Genitori si diventa insieme al bambino nel momento in cui una coppia lo concepisce e lo cresce. Il letture, che è anche genitore avrà provato svariate emozioni quando il bambino ha pronunciato le sue prime parole, per non dire poi di quando li ha nominati: “papà”, “mamma”. Fissandosi magari per molto tempo a dire o solo papà, o solo mamma. Con il risentimento magari del genitore che non veniva chiamato. Si è provata un emozione fortissima mista tra orgoglio e senso di riconoscimento nel ruolo genitoriale. Un emozione di gioia e di pienezza totale, ma per alcuni anche di paura, di rifiuto fino alla fuga dal rapporto di coppia.

Pensare, e sentirsi chiamato, dal proprio figlio o figlia attiva nel genitore svariate emozioni, che corrispondono, per induzione, allo stato emotivo affettivo del figlio. Se questo si verifica vuol dire che genitore e figlio sono riusciti a stabilire un buon rapporto simbiotico, mentre quando un genitore è impossibilitato a fare ciò vuol dire che qualcosa, o qualcuno, si sovrappone tra lui e il figlio interferendo in un rapporto, che per il bambino è la sorgente della sicurezza affettiva e della propria identità.

Per quanto difficile sia, ed è veramente difficile, non bisogna dimenticare che l’atteggiamento giusto nei confronti del bambino, ma anche verso sé stessi, è quello della disponibilità  al dialogo e all’ascolto empatico verso le richieste che arrivano dai figli (ma anche dal proprio intuito e dalle proprie sensazioni). Richieste che attendono risposte! Per quanto strano e assurdo possa sembrare, posso dire che loro apprezzano e sono molto più indulgenti con chi è maldestro e pasticcione rispetto al super papà o alla efficientissima mamma (reclamizzati tanto dalla nostra società commerciale), soprattutto se li sentono vicini e animati nel profondo dalle migliori intenzioni.

 
26 dicembre 2006

Barbara Camilli