gli strumenti a disposizione dei genitori per fare in modo che questo sentimento non si sviluppi in forme di grave malessere

Per quel che concerne il temine aggressività, questi ha la stessa origine etimologica della parola “gradino” e “ingresso”. Quindi sono entrambe legate al concetto di movimento.

Ecco che la radice latina da cui derivano significa “fare dei passi in avanti”, “andare avanti”.

Anche “aggressione” e “aggredire” hanno la stessa radice, ma nella nostra lingua hanno assunto il valore di “attacco violento”, di offesa che danneggia qualcun’altro.

Si comprende, quindi, come da un differente utilizzo di termini simili abbiano avuto origine interpretazioni ambigue del comportamento detto “aggressivo”.

Ecco che, in questo modo, i termini simili sfumano l’uno nell’altro, come se fossero sinonimi, tutti accomunati dalla lotta per il potere e la sopravvivenza, cui ci costringe spesso anche la nostra società i cui valori si riassumono nel principio secondo cui “il pesce grosso mangia il pesce piccolo”.

Per fortuna non è così.

Valori come la solidarietà, l’aiuto reciproco senza tornaconto esistono.

Dal punto di vista psicologico l’aggressività è considerata una manifestazione positiva. Una componente fondamentale della personalità, nel senso che un bambino che ha dell’aggressività è un bambino che si espone, che ha rapporti con altri bambini e che rivolge la parola alle persone senza eccessivi problemi.

L’aggressività, dunque, entra in gioco ogni qual volta ci muoviamo dal nostro ambito personale per incontrare gli altri.

Allora quando diventa sinonimo di patologia?

Lo diventa quando la sua manifestazione attiva modalità che sono distruttive per il bambino e le persone che gli stanno intorno: come picchiare i compagni, picchiare i genitori, reagire con scatti di ira, a volta incontrollabile, ad ogni “no” o ad ogni “critica”….

Ci sono bambini che tendono ad adottare costantemente atteggiamenti di questo tipo, altri invece che ne prendono le distanze per paura di complicarsi ulteriormente la vita sublimandola però in altri comportamenti, socialmente accettati, come la razionalizzazione, l’eccessivo agonismo sportivo……

Prendiamo l’esempio del bambino che picchia i compagni, o addirittura i genitori. Questi devono imparare a rispettare i genitori e gli altri, non tanto per il principio: “non si deve fare”, poiché per un bambino che soffre questo non vuol dire nulla.

Occorre fargli capire il perché emotivo. Poiché se và avanti adottando comportamenti del genere finisce solo per colpevolizzarsi fino a considerarsi indegno e spregevole.

Che fare allora? Come recuperare un'energia, come l’aggressività e la paura, che, come abbiamo visto, di per sé sono  vitali, e dargli uno sbocco positivo e costruttivo senza che si ritorca contro il bambino e le persone a lui care?

Di soluzioni preconfezionate sicuramente non ne esistono, e la nostra società ne è una dimostrazione. Però può aiutare il fatto che ognuno di noi ha l’ingrediente per riuscire a lenire simili sentimenti. Mi riferisco al comunicare con il proprio figlio da quando è piccolo.

Si parla tanto di comunicazione dei sentimenti, ma a volte impropriamente a volte erroneamente.

La comunicazione emotiva equivale a dare spazio al proprio sentire emotivo e fisico. Invece spesso tendiamo a razionalizzare i sentimenti, giustificandoci o trovando, per forza delle motivazioni, sul nostro star male o bene.

Spesso alla domanda “come stai?” la risposta tipo è “Tutto bene” o  addirittura “Benissimo!con un tono a volte scocciato, come se avere una brutta giornata o solamente un brutto momento fosse negativo.

Pensate alla recente pubblicità delle merendine Kinder. Il bambino arriva a casa e alla domanda della mamma “come è andata a scuola oggi” lui risponde “tutto bene”. Ma la mamma che sa, pensa come in una moviola, tutto quello che il figlio può aver fatto a scuola. Infine arriva la ricompensa, sempre rappresentata come cibo che gratifica il bambino.

A dire il vero ci starebbe bene solo un abbraccio che sarebbe mille volte più rigenerante di una merendina preconfezionata.

È molto importante, dunque, educare i bambini ad esprimere come si sentono, dando noi il primo esempio. Questo li aiuterà a riconoscere i sentimenti che provano, a esprimerli e rispettarli in loro e negli altri.

Ad un sentimento aggressivo, che evolutivamente è normale, oggi si sente sempre più spesso parlare in termini di aggressività, prepotenza, di violenza, di abusi, di sopraffazione, di massacri, di estinzione….. A comunicarlo quasi sempre sono i media tramite la cronaca, i documentari oppure i film. Ma allora, quelle dei bambini sono solo reazioni aggressive volte ad affermarsi e di paura volte a blocco o piuttosto sono reazioni al sentimento di sentirsi, costantemente e impercettibilmente aggrediti? E da chi?.

Per rispondere a simili quesiti è bene soffermarsi un attimo su un aspetto: ossia, su quelle emozioni che a volte ci ritroviamo addosso senza sapere il perché. Sappiamo solo che ci irritano e che necessitano di essere scaricate. Ma a volte, non abbiamo ben chiaro il perché le proviamo.

Ebbene, se questo accade a noi adulti, quando magari nell’ambiente di lavoro sono tutti molto tesi, o durante le chilometriche file al supermercato, magari quando su 5 casse solo una è aperta e nessuno si attiva per aprirne un’altra, pensate come e quanto si confonde il bambino, che non solo non conosce e sa distinguere bene le sfumature delle emozioni, ma le percepisce come sue e non come indotte dall’esterno.

Per un bambino è devastante tutto ciò ed è motivo di scoppi di “ira” e di profonda confusione interiore se non viene aiutato a capire, fino a sfociare, nel disagio psicologico.

Spesso i bambini che si sentono così “arrabbiati” sono votati all’autosqualifica e alla disistima di sé, che si amplifica quando genitori e insegnanti, inconsapevolmente, rimarcano questo loro comportamento.

In questi casi è indispensabile aiutarli, dando loro ascolto, sostegno e fiducia, altrimenti finiscono solo per farsi del male, autoconvincendosi di essere una persona negativa.

Ecco che, se per un genitore educare un figlio è già difficile, diventa un impresa ancor più ardua se lasciamo che il sociale ambiguo interferisca in termini di: erotismo esasperato, di attaccamento al denaro, ricerca del potere, lasciarsi andare al panico irragionevole e alla perdita di fiducia in sé stessi e nei PROPRI GENITORI, fino a lasciare che le emozioni tramite reazioni psicosomatiche (ulcera, mal di cuore, palpitazioni, ipertensione, collasso) parlino per noi e per i nostri figli.

La via del dialogo e dell’ascolto attivo sono le uniche percorribili affinché il rapporto genitore figlio cresca all’unisono.

 
5 gennaio 2007

Barbara CAMILLI