Il divorzio è la condizione per cui si legalizza la situazione di disaccordo tra i genitori. In questo modo si liberano dall’atmosfera litigiosa apportando una soluzione sui figli, che non devono più respirare un clima emotivo di astio e tensione. Peccato che non è sempre così.

Peccato che per i bambini il divorzio è un cosa misteriosa che faticano a comprendere ma alla quale si rassegnano, seppur con fatica. C’è anche chi non si abbatte per nulla, covando dentro di sé il desiderio che la sua mamma e il suo papà un giorno ritornino insieme. Questa riflessione mi è stata esternata da diversi bambini e adolescenti con genitori separati, anche là dove la tensione coniugale era marcata da liti anche violente.

Come fa un bambino ad accettare la separazione dei genitori quando per lui la famiglia è il valore più grande. Cosa che, badate bene, gli viene insegnato fin dal catechismo, per chi educa al cristianesimo.
Un preadolescente a proposito del valore scrive: “Quando una famiglia ride felice insieme“.
Il fatto è, che a differenza degli adulti, i bambini e i fanciulli adolescenti credono ancora. Credono nella forza dei sentimenti e nel potere degli ideali, e vi credono a tal punto, che la cosiddetta crisi esistenziale avviene solamente quando la realtà dell’adulto limitante si abbatte su queste creature spezzando in alcuni casi sogni e desideri.

Quanta confusione nella mente dei giovani e dei bambini. Si insegnano dei principi e delle massime e poi l’adulto è il primo a non rispettarle, peggio poi quando il figlio vive l’accanimento di uno dei due genitori verso l’altro. Quando un padre è dichiaratamente ostile alla madre, o quando una donna denigra e squalifica senza mezzi termini il marito innanzi ai figli.
Enormi e incalcolabili i danni emotivi sull’autostima del figlio che li ascolta.

Un figlio che vive delle dinamiche di questo tipo rischia di sentirsi dilaniato dal senso di colpa e dal desiderio inconscio di scomparire.

Sicuramente l’amore tra una coppia può finire e come tale il rapporto. Ben venga la separazione quindi. Ma perché lottare rabbiosamente poi: per l’assegno di mantenimento? Per la casa? Per le rate da pagare? Lo porti tu o io a scuola? Non sei passato a prenderlo/a?
Chi si imbatte in lotte puniche contro il partner alimenta ancora il desiderio di stare con il medesimo?
Non essendoci riuscito prova con le ostilità, entrando in un masochismo perverso?
Come spiegarsi tanto accanimento?

In genere la risposta di chi aggredisce è “Gli devo far pagare tutto ciò che mi ha fatto vivere!”, “E’  un padre o una madre incompetente ed è giusto che i miei figli lo sappiano!”.

E quand’anche fosse: dopo che ha compreso la cruda realtà, cosa ne viene alla creatura che aveva occhi che brillavano di aspettative?
Si spegne la luce dagli occhi, sentendosi sbagliato (perché non può ammettere a sé stesso di essere deluso) verso dei genitori che tra le righe gli chiedono di scegliere (ma lui lei sa che non può scegliere: loro sono la mamma e il papà).
Queste persone nell’alimentare il conflitto, ostacolano il rapporto che ci deve comunque essere se ci sono dei figli.   E così manifestano molta poca maturità.

Dico sempre che ci vuole grande maturità e umiltà nel separarsi. E per maturità non intendo una questione d’età, ma la capacità di prendere delle decisioni nel rispetto dell’altrui bene e del proprio bene.

L’amore può finire, ma non bisogna finire l’altro! Permettete il gioco di parole.
Uomini e donne, padri e madri se hanno dei figli hanno il dovere, in quanto adulti, di tener conto delle dissociazioni prodotte dal divorzio.
Nella vita di un bambino ci sono degli elementi che devono essere continui e costanti; mi riferisco al continum del corpo (legato all’ambiente fisico in cui vive), al continum dell’affettività (l’amore e le attenzioni ricevute dai genitori) e al continum sociale (la rete di relazioni esterne alla famiglia in cui è inserito con i genitori).
Il dolore per la separazione dei genitori è lacerante per un figlio. Per evitare che diventino le vittime di contese giudiziarie o peggio, di ricatti affettivi (“a chi vuoi più bene?”), occorre molto di più del semplice buon senso e della buona volontà.

Certamente non è facile, ma è doveroso da parte di un adulto che si definisce tale, saper gestire le situazioni anche dolorose e perturbanti, in maniera equilibrata.

Ciò è sicuramente possibile là dove c’è maturità morale, centratura emotiva ed assunzione di responsabilità anche fisica.



Dottoressa Barbara Camilli