…in una società dove si loda l’emulazione e l’obbedienza
Oggi emanciparsi è molto più difficile di quanto si pensi. Molto più che in passato. Essere autonomi dal punto di vista fisico è sicuramente più facile, anche se non sempre è così. Più difficile è conquistare l’autonomia mentale e affettiva, a volte.

Il bambino nel suo crescere impara tutta una serie di comportamenti e abitudini in maniera quasi automatica grazie all’imitazione con le figure genitoriale. Egli impara a lavarsi, vestirsi e mangiare da solo.

Per i bambini  essere autonomi è molto importante. Vuol dire prima di tutto sapersela cavare da soli nelle piccole cose e senza dover chiedere nulla a mamma e papà. Per loro conquistare l’autonomia vuol dire aver acquisito delle sicurezze che lo fanno stare bene.  Gradatamente queste sicurezze si trasformeranno in certezze interiore: queste saranno la forza che lo aiuteranno a tollerare e a reggere le variegate frustrazioni che la vita inevitabilmente pone.

La conquista verso l’autonomia deve avvenire per gradi e in base ai ritmi evolutivi di ogni  singolo bambino. Ci sono bambini che imparano a camminare a 9 o 10 mesi, mentre altri imparano dopo l’anno o più in là. Ci sono bambini che imparano a parlare prima dell’anno, mentre altri dopo la fase delle lallazioni e dei balbettii imparano a pronunciare delle frasi verso i 12/15 mesi o addirittura dopo i 2/3 anni. Ci sono bambini che imparano a mangiare autonomamente impugnando sommariamente il cucchiaino prima dell’anno, mentre altri si fanno imboccare ancora, fino a volte dopo i 2/3 anni.

Queste diversità non vogliono dire che i bambini dei primi esempi sono dotati e i secondi no, supponendo magari dei ritardi per questo. Assolutamente no!

Esclusi possibili ritardi (che comunque ci possono essere, per malattia contratta in gravidanza, per una qualche forma di ereditarietà…) tutti i bambini fanno le proprie conquiste in base agli stimoli affettivi, mentali e motori che ricevono in famiglia. Se un bambino è coinvolto nelle pratiche giornaliere dai suoi genitori, egli amerà fare ciò che fanno mamma e papà. Lo amerà a tal punto che vorrà mangiare dal piatto della mamma, bere dal bicchiere della mamma e del papà, sedersi sulla loro sedia impugnando le loro posate. Un bambino che si comporta così si è letteralmente appassionato alle cose di mamma e papà.

L’amore per i genitori lo manifesta a suo modo: appropriandosi delle loro cose, come se le volesse fare sue incamerandone proprietà e sentimenti.

Il senso dell’autonomia fisica, mentale ed emotiva permette a chiunque, in special modo ai bambini, di esprimere tutto sé stessi. Permette di far fronte ad ogni situazione esterna utilizzando all’occorrenza le proprie risorse, queste ultime sono date da quel bagaglio di esperienze acquisite attraverso l’amorevole cura del genitore.

Nella nostra società purtroppo si assiste senza mezzi termini all’utilizzo di facili soluzioni. Non siamo più abituati a fare fatica, a volte anche a sudare: e allora ecco che non si cammina più. Le domeniche una volta riservate alle passeggiate all’aria aperta, diventano camminate tra gli scaffali dei centri commerciali, magari comprando al proprio figlio la “moto polizia” con batterie ricaricabili, o l’auto elettrica con la potenza di 6w, oppure la moto elettrica nella versione boy o girl con un’autonomia di 2 ore, giusto per “non stancarli troppo”.

I bambini, in modo particolare, hanno il diritto di correre, di stancarsi, di sudare, di sporcarsi mani e viso, e soprattutto, di mettere la loro impronta in ogni cosa che fanno, dalla terra, ai fogli di carta, al cibo. Questo è oltremodo importante per stimolarlo a dire la sua, nelle cose che fa, che esprime, che sente; altrimenti il rispetto per il pensiero dell’adulto e l’accettazione si trasformerà in emulazione e obbedienza fino a renderli passivi, inespressivi e a volte anche anaffettivi.

L’emulazione è l’estremità negativa dell’imitazione. Una buona dose di imitazione è efficace e funzionale al processo di crescita perché serve al bambino nel momento in cui conosce le cose del mondo: basti pensare ai bambini che giocano a fare il lavoro della mamma o del papà. In questi giochi i bambini imitano nel ruolo i genitori, per i contenuti invece ci pensano loro personalizzando ciò che fanno o dicono. Questo aspetto del gioco è vitale perché nell’imitazione ci mettono del loro. È un po’ come per le ricette in cucina; uno impara come si fa una torta e dopo, quando la pratica rende sicuri, si può sperimentare cose nuove, a volte più gustose dell’originale. Lo stesso avviene nei bambini. Loro imitano perché così si sperimentano, ma nel farlo hanno bisogno di mettere il proprio ingrediente. Se ciò non avviene possono perdere gradatamente interesse nelle cose che fanno, oppure fare passivamente e senza interesse; ecco allora le risposte del tipo “lo faccio perché lo fanno tutti!”. Quest’ultimo atteggiamento molto diffusi tra i giovani, ma anche tra gli adulti, porta alla emulazione, e con essa alla perdita di conoscenza di sé stessi e dei propri desideri.

Il genitore in tutto questo è la persona che può dare al figlio un bagaglio di esperienze e di sentimenti cui potrà attingere e fare riferimento quando ne avrà bisogno, come un amuleto da utilizzare in caso di necessità o in situazioni che per il bambino possono essere di estrema difficoltà.  Questo mettere a disposizione tutto sé stesso da parte del genitore induce il bambino alla gioia e al desiderio di crescere, di sperimentare e di relazionarsi con gli altri senza paura di sbagliare. Al contrario, quando l’interferenza (rappresentata dalle diverse realtà, lavoro, scuola) si frappone tra la coppia genitoriale e il figlio si genera la fatica, il dolore e la paura nel crescere, fino al rifiuto. In questi casi il bambino può reagire in diversi modi, in genere prende a modello tutto ciò che gli viene proposto dal sociale, media compresi, per acquisire un senso di sicurezza che li fa star bene con gli altri. Una sicurezza comunque molto precaria che alla prima difficoltà vera, li può mandare in crisi. Oppure può subentrare la fatica a sperimentare la realtà, fino ai casi in cui evitano di cadere in qualche marachella che comporta uno sgridata o una punizione. In questa situazione il bambino non riesce perché ha paura di confrontarsi con l’esterno; egli teme che una svalutazione o una squalifica troppo forte possa incrinare la propria autostima, di per sé già così fragile, e così sono ossequiosi tanto a volte da preoccupare i genitori.

Per i bambini di oggi è molto difficile essere sé stessi fuori di casa poiché la nostra società, per sottostare alle leggi del mercato, gratifica e apprezza chi si conforma alla massa, chi assorbe come una spugna tutto ciò che viene detto rispetto a chi pone delle domande o dei dubbi, spesso e volentieri legittimi. I bambini perciò devono poter capire e conoscere sé stessi anche  attraverso l’aiuto del genitore omologo. Mi è capitato parlando con dei bambini di sentirli dire che un loro desiderio è quello di entrare nella casa del grande fratello o fare la velina per guadagnare tanti soldi. A questi bambini di queste realtà non interessa nulla perché è il mondo dei grandi che loro voglio imitare. Per questi, e per tutti i bambini è molto più efficace una poesia, una fiaba o un racconto per calarsi in una realtà dove sono loro i veri protagonisti.

Cosa fare dunque?

È importante dare ampio spazio all’ascolto attivo, alla narrazione e alla creatività di un bambino, questo per aiutarlo ad esprimere e a comprendere, emozioni, bisogni e conflitti che ogni situazione comporta. In questo modo lo si incoraggia a gestire se stessi e a capire, soprattutto quando sarà in età di scelte, cosa vuole fare lui o lei. Solo così i bambini divenuti ragazzi potranno fare delle scelte e prendere delle decisioni che sono veramente consapevoli e non dettate dalla paura.

 
11 dicembre 2006

Barbara CAMILLI