Com’è meglio muoversi per sorreggerlo in un momento che per lui può essere paralizzante.
L’ansia è uno stato d’animo comune a tutti gli esseri umani, niente ci è più familiare. Ognuno di noi almeno una volta nella vita ha sperimentato questo stato di allerta, questo stato di smarrimento che può cogliere prima di un evento per noi importante, come un colloquio di lavoro, l’incontro con una persona cara, lo svolgersi di un esame.

A volte arriva improvvisamente, a volte in modo graduale, fino a generare un senso di confusione più o meno paralizzante.

Il significato della parola ansia deriva dal latino “angere” che significa oppressione, senso di chiusura alla gola. Questo ci rimanda ad uno dei sintomi caratteristici dell’ansia che è il comune “nodo in gola”: quella sensazione di soffocamento e di costrizione che stringe in gola, appunto. Accanto a questo sintomo ce ne sono altri come; il tremolio, l’aumentata frequenza cardiaca, il senso di calore al petto, l’accentuata sudorazione, i capogiri, il senso di frenesia, ecc. ecc.

L’ansia viene considerata una reazione istintiva dell’organismo che si pone in uno stato di allerta e quindi di difesa per affrontare un pericolo, come succede all’animale quando fiuta nell’aria il pericolo e con l’ansia si prepara ad affrontarlo.

Quando però un simile meccanismo si protrae anche dopo la fine di eventi potenzialmente ansiogeni, oppure quando si instaura indipendentemente dalla situazione, si parla di ansia patologica. Quest’ultima si caratterizza per uno stato permanente ed incontrollabile di tensione che compromette le capacità di giudizio, di pensiero e di operazione fino a diventare paralizzante.

L’adulto entra spesso in uno stato d’ansia. Come lui, anche il bambino, specialmente attraverso l’ansia scolastica o da prestazione sportiva. Spesso questa forma di ansia anziché stimolare e spronare bambini e ragazzi allo studio e all’emancipazione, diventa un freno inibitore che blocca determinando un senso di avversione molto forte verso la scuola e lo studio, con conseguente possibile insuccesso scolastico.

Quando bambini e ragazzi provano un forte senso di ansia legata alla scuola non riescono a vivere l’esperienza scuola in maniera serena. Tutt’altro, si sentono pressati e s sollecitati dal senso della prestazione, della competizione, del risultato, del fare tutto subito, dell’interrogazione, della paura del voto e conseguente giudizio.

Vi sono poi, situazioni dove più è logorata l’emotività del bambino, tanto più pressante sarà il senso di fatica a gestire le richieste scolastiche. In questi casi ci possono essere delle richieste d’aiuto fatte alla maestra, sottoforma di domande o richieste di contatto fisico, per sentirsi rassicurato. In questi casi, la maestra, il professore o l’educatore deve farlo presente al genitore affinché possa dare al figlio ciò di cui ha realmente bisogno sul piano affettivo.

I bambini della fascia elementare non hanno ancora ben chiaro il valore della propria identità ed è per questo che rivolgono alla maestra tutta una serie di richieste. In particolare dai rimandi esterni attendono delle conferme su ciò che loro fanno, pensano e dicono. Poi come un collage, di tutti i rimandi ricevuti formulano l’immagine di sé a cui, in un secondo momento cercano di assomigliare il più possibile. Tutto ciò con l’obiettivo di accrescere la propria identità ed avere fiducia nelle proprie capacità. Questo meccanismo ha l’obiettivo finale di alleviare l’ansia soprattutto in quelle situazioni dove il senso della propria identità è messo a dura prova.

Le maestre delle elementari ed i professori alle medie sono investiti di molte aspettative da parte dei bambini e dei ragazzi. Essendo esterni alla famiglia e investiti del ruolo di colui che “da il voto” sono a volte esageratamente idealizzate. Poiché i giovani cercano e chiedono conferme sul loro operato, molti possono andare in ansia. Ansia che può essere produttiva, quando funge da sprono per dare il meglio di sé, al contrario diventa distruttiva quando le porta al blocco emotivo (pensate a quelle situazioni di fatica ad esempio ad esporre la lezione che il giorno prima si sapeva a mena dito) fino al rifiuto della scuola (facendo ricorso anche alle manifestazioni psicosomatiche, come mal di pancia, vomito, mal di testa…).

Cosa fare per aiutare i giovani a ridurre e contenere l’ansia?

Per ridurre l’ansia, l’adulto di riferimento ed in particolare il genitore deve elargire costanti conferme con gratifiche verbali, del tipo “bravo!”, “sei stato bravo!”. Se la consapevolezza del proprio valore come persona arriva dal genitore omologo, il senso dell’errore, la sconfitta che si sperimenta fuori dalla famiglia verranno vissuti e tollerati sempre più come episodi superabili da cui si impara SEMPRE qualcosa. Rafforzare i confini emotivi attraverso la palestra del riconoscimento da parte del genitore omologo (dello stesso sesso) aiuta ad evitare i “drammi”.

A volte il bambino, come molti preadolescenti, pretendono la perfezione da sé, il non sbagliare mai, perché altrimenti crolla la fantasia onnipotente che si ha di se.

Ecco che, il poter riconoscere l’errore, il vederlo non solo sugli altri ma anche su di sé significa potersi riconoscere dei progressi quali testimoni dell’evoluzione della persona. Concedersi il diritto di sbagliare inoltre aiuta a riportare le relazioni da una dimensione ideale ad una reale.

Paradossalmente, infatti, è l’imperfezione che ci rende accessibili a noi stessi e di conseguenza anche agli altri.

Più avanti nella preadolescenza e nella adolescenza a mandare in ansia è il “timore di essere presi in giro” (tema che accompagna il timore di essere e stare da solo).

L’insicurezza di questo periodo lo porta a chiedere continue conferme, soprattutto da parte dei coetanei, a scrutarsi e scrutare gli altri severamente, quasi con crudeltà. Questo modo di rapportarsi costituisce un’estrema forma di autodifesa: ci si protegge schernendo gli altri. Da questi comportamenti spesso ne consegue che deriso e derisore soffrono dello stesso problema: ed è la percezione dell’immagine di sé.

A quest’età per lenire l’ansia è fondamentale introiettare quei riferimenti che di solito sono bersaglio di tutte le critiche possibili. Nello specifico, il genitore omologo.

Grazie a questi, il ragazzo introietta questo tipo di  concetto: “mi stimo fondamentalmente perché sono degno di amore, e lo sono perché il genitore mi ama sempre e costantemente”.

Certamente il genitore non è costantemente presente e disponibile o attento come i ragazzi vorrebbero, ma questa “non-perfezione” non danneggerà mai il figlio.

In qualunque situazione di disagio, specie per l’ansia, il riferimento al genitore funge da calmante e rilassante, indipendentemente dall’età. Tale presenza diventa assolutamente necessaria per i bambini, ancora molto dipendenti dal genitore, non solo sul piano dell’autonomia fisica, ma anche sul piano mentale ed emotivo. Lo stesso vale per i ragazzi nonostante le sfide e le svalutazioni che lanciano.

Per gestire l’ansia, quindi, è fondamentale aiutare bambini e ragazzi a sentire che nei rapporti umani non esiste la perfezione quanto il dialogo attraverso le differenze. Solo così si può arrivare all’accettazione dei propri ed altrui limiti.

E' sicuramente un percorso faticoso che avviene anche attraverso momenti di difficoltà e delusione, i quali pur tuttavia se posti all’interno di una cornice di riferimento (il genitore omologo), saranno di aiuto nel crescere.


26 novembre 2006

Barbara CAMILLI